di Maria Assunta Cavallo

Mondragone. Ieri sera presso il salone parrocchiale della chiesa di San Rufino a Mondragone, si è svolto l’evento per la presentazione del calendario 2018,  “Chi ti picchia non ti ama” organizzata da Maddalena Chianese.
Hanno preso parte alla serata Clementina Ianniello (Associazione V.E.R.I), Nazareno Ernesto Ferri ( Associazione fonti di vita), Ass. Avv. Francesca Gravano, dott. Alfonso Attanasio, Mina Iazzetta e con la partecipazione di Amelia Sorvillo, Dalila Lombardi, scuola di danza “Il Sipario”. L’evento è stato presentato da Mino Monelli.

Le parole di Mina Iazzetta sono state le prime a “tuonare” in una sala che ha ospitato più di 300 persone. Dico tuonare perché sono sempre le donne in primis, a combattere per le altre donne e a cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema che non riguarda esclusivamente la singola donna, ma la società intera. Sono stati 84 gli omicidi di donne nei primi nove mesi del 2017, in calo rispetto ai 109 nello stesso periodo del 2016. Di questi, 61 si sono verificati in ambito familiare e 31 sono stati femminicidi.

“I manuali che insegnano alle donne a difendersi sono importanti ma è penoso pensare che una donna debba difendersi dalle mani di un uomo o dal suo desiderio sessuale fuori controllo. Non faremo un solo passo avanti se non inizieranno anche gli uomini a parlare di violenza sulle donne, prendendone marcatamente le distanze e non trincerandosi dietro l’alibi di non aver mai messo le mani su una donna. 
Non esiste uomo che non abbia almeno sfiorato una qualsiasi forma di violenza. Perché la violenza non è solo sinonimo di botte. E’ violenza alzare la voce, tirare calci ad una sedia mentre si discute, dire ad una donna “non servi a nulla”, ritenere che certi compiti spettino a lei in quanto donna, ricattarla psicologicamente, economicamente e moralmente. Prevenzione è la parola chiave. E’ va fatta già dalla tenera età insegnando alle bambine ad essere consapevoli della propria forza e delle proprie capacità, ad amare il proprio corpo, a non aver timore ad esprimere i propri sentimenti, ad inseguire i propri sogni, formando adolescenti che abbiano il coraggio di mettere un punto fermo al primo avviso di comportamenti anomali. Ma tutto questo lavoro non avrebbe senso se intorno ad esse lasciamo il vuoto e cioè se non educhiamo anche i bambini facendo comprendere loro quali sono i modelli negativi da cui discostarsi e quelli positivi da emulare. E questo compito spetta principalmente ai genitori e subito dopo alla scuola ed alla società. Ma siamo soprattutto noi donne ad avere il compito primario di crescere un maschio ed educarlo a diventare un uomo perché ogni uomo nasce da una donna”.

E come non poteva mancare in questa serata il volto bellissimo di Veronica Abbate, la  diciannovenne uccisa a Mondragone nel 2006 dal suo fidanzato Mario Beatrice – allievo della Guardia di Finanza – solo perché aveva deciso di lasciarlo. Da quel giorno la mamma di Veronica, Clementina Ianniello grazie  alla “Associazione V.E.R.I”, aiuta tutte quelle donne, picchiate, violentate, abusate e private della propria libertà.
Ho avuto il piacere di conoscere questa donna forte e coraggiosa che ogni giorno si batte per poter dare giustizia a Veronica e per aiutare tutte quelle donne che sono preda di uomini malati, di esseri violenti e senza ritegno. “Abbiamo fatto tutto, abbiamo dato una informazione. Ogni giorno nascono i C.A.V. e nascono centri di accoglienza per donne vittime di violenza. Andiamo nelle scuole a parlare con i ragazzi, e quindi penso che chiunque sia impegnato nel sociale abbia fatto di tutto, ma cosa manca in questa catena per chiudere il cerchio? Perché siamo sempre al punto di inizio? e perché nonostante siano state fatte tutte queste cose cresce in egual misura il numero di donne vittime di femminicidio e cresce la violenza sulle donne? Chiediamocelo!. Io la risposta ce l’ho, manca la legge, questo è l’anello mancante e manca una punizione severa per chi commette di  questi reati. Abbiamo catalogato, o meglio dato un nome a questo reato? lo abbiamo chiamato femminicidio? bene, non dobbiamo andare a vedere perché o per come si è consumato. Femminicidio equivale ad ergastolo, fine pena mai!. È necessario andare in giro per le scuole e dire che cosa accade qualora ad uno di questi ragazzi gli balenasse insanamente l’idea di fare una cosa del genere, erudendoli su cio’ che è bene e su cio’ che è  male, e gli dobbiamo anche dire cosa si paga in questo caso. Io oggi quando vado nelle scuole devo dire che dopo appena otto anni, chi uccide una donna è fuori, e questa è la cosa più penosa. Quindi noi possiamo fare tutto ciò che vogliamo, ma manca l’anello più forte, ovvero lo stato, e manca una legge che vieta assolutamente che avvengano crimini di questo genere e che possa difendere i suoi cittadini  come un padre difende i propri figli. Oggi la nostra legge si preoccupa di come deve essere più salutare il carcere per chi uccide”.

Abbiamo poi chiesto a Tina un pensiero su una eventuale scarcerazione – probabilmente fra un anno – dell’essere che ha brutalmente ucciso sua figlia: “pensiamo ad una pena di 30 anni che sembrano tantissimi, ebbene, in Italia una pena di 30 anni solo con la parola “voglio il il rito abbreviato”, scende a 20 anni e quando poi si arriva all’appello,  c’è un ulteriore sconto di pena.  Dopo i tre gradi di giudizio finalmente si entra in carcere e arrivano ulteriori sconti di pena, decurtando dai dieci anni, tre anni. Quindi una pena di venti anni, a conti fatti e togliendo i sei anni di buona condotta e a questo punto mi chiedo cosa ci vuole ad avere una buona condotta in carcere (penso che non ci voglia assolutamente nulla), si trasforma in una condanna ad appena 14 anni. Con il secondo grado di giudizio ed il terzo, alla fine, se siamo fortunati, chi uccide una donna rimane in galera appena 10 anni. Quindi mi chiedo quale uomo non si toglie lo sfizio di uccidere una donna? Ci sono quei satanici che lo fanno perché sanno che non pagano nulla”.

Per concludere, abbiamo poi chiesto alla mamma di Veronica, quante donne fino ad ora hanno chiesto aiuto rivolgendosi all’ Associazione “V.E.R.I.”: “tantissime sono le donne che si sono rivolte a noi, perciò io parlo con cognizione di causa. Donne che vengono strappate dalla loro casa perché devono essere protette, ma noi non dobbiamo proteggerle, noi dobbiamo mettere in galera gli assassini e gli stolker. Tantissime sono poi  le donne sul territorio che si ribellano ma molte altre invece continuano a chiudersi nei loro silenzi perché non hanno il coraggio di denunciare, ma questo è dovuto anche ai tempi lunghi della giustizia Italiana e nel frattempo la vita della donna viene messa a rischio”. Prima di salutare Tina con un abbraccio le chiediamo di lanciare un messaggio a tutte quelle donne che ancora non hanno trovato il coraggio di liberarsi dei loro aguzzini: “le donne devono comprendere che quella che stanno conducendo non è una vita, loro non sanno neanche lontanamente cosa significa vivere. La vita è avere un fiore, una carezza, essere rispettate ed essere amate così come deve fare la donna verso l’uomo. Devono trovare assolutamente la forza dentro di loro per uscirne fuori”.

Vorrei esprimere un mio pensiero, invitando chiunque e soprattutto i miei colleghi giornalisti a non pubblicare foto di volti sanguinanti o foto di donne rannicchiate in un angolo perché in questo modo si finisce ulteriormente di mortificare la loro dignità. Piuttosto pubblichiamo i volti di tutti quei mostri che per sempre hanno strappato la vita a quelle madri, quelle figlie, quelle mogli che mai hanno avuto il coraggio di amare.