Terra dei Fuochi, l’inchiesta choc de L’Espresso. Anche Bellona, Caserta e Maddaloni nel report

Terra dei Fuochi, l’inchiesta choc de L’Espresso. Anche Bellona, Caserta e Maddaloni nel report

Caserta (P.G.). I soldi ci sono e sono tanti. Fondi europei, contributi di Stato e finanziamenti regionali. Ma Terra dei Fuochi è ancora viva e la sua vitalità continua a mietere morti. Un dato emerge con forza e la durezza dei numeri non lascia margini alla speranza. Nonostante l’orientamento scientifico si sta conformando su toni rassicuranti, i numeri sono chiari. La mortalità è in eccesso in 60 comuni per gli uomini e 61 per le donne, residenti che si trovano sia dentro che fuori il perimetro amministrativo dei roghi. Il report del L’Espresso lascia atterriti e quasi disarmati. Si va da Cava Monti a Maddaloni, cimitero verde di batterie esauste a Giugliano e Villa Literno dove si legge nell’articolo “la promessa elettorale del governatore De Luca aveva e ha la sagoma colossale delle cinque milioni e mezzo di tonnellate di ecoballe ammassate sotto immensi teli neri. Rifiuti dei rifiuti, un monumento alla monnezza che si estende per chilometri su terreni che sono costati a oggi 24 milioni di euro solo d’affitto, con ovvi interessi dei clan. passando per gli incendi che in questi ultimi mesi hanno interessato ben tre dei cinque impianti regionali convenzionati con il consorzio per il riciclo della plastica.“. Ma, naturalmente, l’attenzione si concentra anche sugli incendi. In tre mesi, sono bruciati tre dei cinque impianti regionali convenzionati con il consorzio per il riciclo della plastica ed altri roghi hanno interessato altre strutture. Si fanno delle ipotesi. E L’Espresso raccoglie la testimonianza investigativa di Domenico Airoma, procuratore aggiunto del Tribunale di Napoli Nord. La Campania ha ricevuto finora circa un miliardo di euro per ripulire le zone inquinate. “Ma – si legge nell’inchiesta – il problema non è tanto il portafoglio, quanto la spesa rispetto ai risultati. Minimi. Soprattutto nella certezza che ogni bonifica rimandata è oggi – e se non oggi di certo domani – una minaccia gravissima e costante alla salute dei residenti. «La Terra dei fuochi è diventata una grande occasione di speculazione politica. Una passerella su cui si affacciano tutti: prima Matteo Renzi e Vincenzo De Luca, con le loro promesse. Ora anche il governo gialloverde», commenta Raniero Madonna, giovane ingegnere ambientale che nel 2013 contribuì a portare a Napoli migliaia di cittadini dietro lo striscione “Stop biocidio”: «Il Movimento 5 Stelle sta tradendo le aspettative dei comitati, qui come a Taranto». L’esempio? «Ai primi di luglio hanno presentato il “decreto Terra dei fuochi”. Si tratta in realtà di una riorganizzazione delle competenze del ministero. Chiamarlo così è uno spot politico che mortifica il dolore di questa gente».” Su 880 mila tonnellate messe a bando, ne sono state rimosse solo 140 mila e 537. Neanche Caserta e zone come quella di Bellona vengono risparmiate dall’inchiesta anzi “Lo Uttaro” viene espressamente menzionata: “I primi atti amministrativi sono del 2008. I soldi per recintare i veleni ci sono. La gestione viene affidata a Sogesid, società in house del ministero dell’Ambiente. Che s’incastra presto. Analisi a rilento, ricorsi, indagini giudiziarie, lavori che procedono a fatica. Insieme al paradossale dettaglio per cui la gestione del percolato – il liquido causato dai rifiuti – non rientrava nella gara. Per cui adesso nessuno sa come metterci mano. In provincia di Caserta simile sorte illogica, almeno a vederla da fuori, descrive luoghi come “Lo Uttaro”, un’area industriale di cui l’ex sindaco Pio Del Gaudio, di fronte a una relazione ambientale che definiva cogenti i divieti di utilizzare l’acqua, per la falda contaminata, dichiarava: «Non c’è alcun allarme ambientale». Era il 2014. Nel frattempo si sono sommati piani, carotaggi, controlli, allarmi, quasi un milione speso in progetti solo da Sogesid. Azioni concrete di bonifica della zona? Missing.” Anche gli incendi non riconoscono il confine “standard” della zona considerata malata. Ne è un esempio Bellona, in provincia di Caserta. Ufficialmente fuori dalla Terra dei fuochi, mentre concretamente ospita un ex impianto di trattamento dei rifiuti che è andato a fuoco due volte: la prima nel 2012, la seconda a luglio del 2017. E “le fumarole”, come le chiamano i residenti, continuano ogni settimana. «Io quando sento la puzza, faccio un video, così che non possano dirmi che il problema è finito», racconta Adele, che vi abita di fronte. L’Ilside di Bellona è stata d’altronde l’anteprima della stagione attuale. Perché se è vero che i roghi di monnezza, di pneumatici e frigoriferi, al bordo della strada, sono diminuiti, grazie ai controlli coordinati dal prefetto, quest’estate in Campania gli incendi sono tornati. Diventando ben più preoccupanti.

 


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