CASERTA (red. cro.) – Il 27 settembre 2017 è Qaisar Abbas a presentarsi di fronte ai Carabinieri nella caserma di via Laviano. Abbas è il fidanzato del trans Nailson Esquivel de Jesus, e si reca dai militari per confermare quanto esposto nella denuncia dopo l’aggressione. I due stavano insieme dal luglio 2016 e il fidanzato aveva avuto modo di rendersi conto, quotidianamente a partire dal maggio scorso, della rete di racket a cui Nailson era soggetto. Abbas conferma anche le minacce con il rasoio oltre all’identità dei due ricattatori, Giuseppe Maria e Michele Zampella riconosciuti anche in fotografia. Proprio sull’uso dello strumento dell’individuazione fotografica si concentra il Gip Campanaro quando scrive che “pur essendo priva nel dibattimento di valenza probatoria ai fini del giudizio di responsabilità, ben può essere posta a fondamento di una misura cautelare, perchè lascia fondamentalmente ritenere che sbocchi in un atto di riconoscimento o in una testimonianza che tale individuazione confermi”. In sostanza il Gip fa un ragionamento molto semplice: se tu Qaisar Abbas ti presenti dai Carabinieri e riconosci due persone in quel momento indagate, devo legittimamente supporre (io giudice) che in caso di procedimento penale confermerai la testimonianza. La denuncia, la testimonianza, i riconoscimenti fotografici, la macchina e il numero di telefono utilizzato da Giuseppe Maria diventano così tessere di un mosaico che spingono la Gip a considerare consumato il reato di sfruttamento della prostituzione aggravato dalla minaccia. Significativa anche la citazione della sentenza della Cassazione 19644/2003 che chiarisce “Per sfruttamento s’intende approfittare dei proventi ottenuti dall’attività di prostituzione altrui; tale condotta si configura anche nel caso in cui la prostituta ceda spontaneamente il denaro derivante dalla sua attività, purché chi lo riceva sia consapevole della provenienza del denaro […] nel caso di specie, – conclude il Gip – non esistono dubbi sulla sussistenza dell’aggravante costituita dall’uso della minaccia, posto che più volte, secondo la versione del denunciante, Maria Giuseppe minacciava di morte la p.o. con l’uso di un rasoio, al fine di incuterle timore e costringerla a pagare”.