NAZIONALE – Aiuti a pioggia? No, una inondazione. Una alluvione di soldi per ogni categoria, per ogni angolo del Paese, per ogni tipo di impresa e per le famiglie per uscire dall’emergenza coronavirus. La manovra annunciata ieri dal premier Giuseppe Conte con il decreto “Rilancio” ha avuto una gestione lunghissima e complicatissima ma è enorme: vale 55 miliardi distribuiti in 250 articoli pari a due o tre finanziarie. La quantità di misure nel dl è talmente vasta che ieri sera Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia ha preferito graffiare ricorrendo all’ironia: «Conte dovrebbe solo dirci quando arriveranno i soldi».

Il premier dopo giorni di confronto/scontro si è presentato ieri sera in TV alle 20.30 non da solo ma con quattro ministri in rappresentanza anche dei quattro partiti della maggioranza: Roberto Gualtieri ministro dell’Economia (Pd); Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo (M5S); Teresa Bellanova ministro dell’Agricoltura (renziaRoberto Speranza, ministro della Salute (Leu). Conte ha spiegato così il senso della maxi-operazione: «C’è un Paese in grande difficoltà, e abbiamo innanzitutto ascoltato la sofferenza degli italiani. La manovra però contiene delle premesse perché si possa concretizzare una prospettiva di ripresa economica e sociale».

Gli ha fatto eco il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che ha snocciolato le misure. «Sosteniamo innanzitutto famiglie e imprese – ha sintetizzato Gualtieri – ma poi gettiamo le basi per la ripartenza». E anche il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli ha lanciato un messaggio chiaro alle imprese: «Dobbiamo riallacciare il rapporto di fiducia del governo verso gli imprenditori». La Bellanova, ex sindacalista, ha presentato trattenendo la commozione la sanatoria dei lavoratori in nero dicendo che «gli invisibili ora saranno meno invisibili». E Speranza ha annunciato 3,2 miliardi di maggiori investimenti per la sanità pubblica per prepararla a una seconda ondata di epidemia.

Sul piano tecnico il lunghissimo menù della manovra si può sintetizzare così: quasi 26 miliardi per i lavoratori dipendenti e autonomi sotto forma di cassa-integrazione, che tra l’altro sarà anticipata dall’Inps per il 40% dell’importo, e di sussidi vari. E 16 miliardi alle imprese fra soldi a fondo perduto per le piccole sotto i 5 milioni di fatturato annui e il taglio di Irap e Imu per le grandi aziende e gli alberghi. Gli altri 13 miliardi vanno in mille rivoli di cui alcuni minuscoli come il varo di fondi per i disabili e altriambiziosi come l’assunzione di 4.000 ricercatori. La conferenza stampa è servita sia a Conte che ai suoi ministri per tirare fuori la testa dall’emergenza. I tre esponenti del governo hanno pronunciato per la prima volta da mesi la parola «riforma».

Riferendosi al fisco. I concetti che tutt’e tre hanno lanciato sono due. Primo: dopo questo colossale rimescolamento di carte bisognerà varare una riforma fiscale. Secondo: lo Stato non ha alcuna intenzione di nazionalizzare grandi aziende ma intende indirizzare l’economia verso la sostenibilità proteggendo gli interessi strategici italiani. La Cassa Depositi e Prestiti avrà a disposizione 50 miliardi da investire in questo quadro.

E Conte ne ha approfittato per dire con nettezza che l’Italia, in vista dell’estate, impedirà accordi per flussi turistici fra singoli stati europei mentre è favorevole a regole valide per l’apertura dei viaggi in tutta Europa.
Conte infine ha difeso la sanatoria smentendo però che possa riguardare più di 500 mila persone e ha speso frasi di solidarietà per la cooperante appena liberata Silvia Romano. Importante per gli equilibri democratici l’ultimo messaggio: il governo gestirà le nuove regole della fine dell’epidemia con un decreto (che il Parlamento può modificare) e non più con Dcpm.

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