Mondragone (Maria Assunta Cavallo). “Mi trovo lontano dalla mia terra da quando mio fratello ha iniziato a collaborare con la giustizia nonostante il parere sfavorevole della famiglia”. A parlare è la sorella del pentito D.P. che da due anni vive sotto protezione. “Il giorno 2 aprile del 2016 e dopo le prime dichiarazioni di mio fratello, – continua la donna – ricevemmo a casa la visita dei carabinieri della locale Compagnia che dopo aver perquisito la mia abitazione, chiesero a me e alla mia famiglia di entrare a far parte del regime di protezione, in quella occasione io e mio padre non accettammo. In seguito al nostro rifiuto ed essendoci dei minori in famiglia, il Tribunale minorile di Napoli, il 10 maggio 2016, ci fece sapere che se non avessimo accettato la protezione dello stato, avrei perso la patria potestà di mia figlia che sarebbe finita in un centro di accoglienza per minori, e di lei non avrei avuto più notizie. Ero con le spalle al muro ed il 19 maggio 2016 a seguito di una ennesima visita a casa degli uomini dell’Arma, dovetti accettare perché non volevo perdere mia figlia. Lasciammo la nostra terra e i nostri affetti nel giro di 24 ore e ci ritrovammo in un albergo – White list – di una regione sconosciuta”.  Una vera e propria squadra di pentiti  quella scesa in campo negli ultimi anni, formata da ex esponenti di spicco della criminalità mondragonese e del litorale domizio. Persone che per coraggio o per pura convenienza, hanno scelto di rompere il muro del silenzio per raccontare fatti e svelare nomi di chi nel tempo è rimasto impunito e che li ha resi agli occhi degli altri criminali, degli “infami”. Testimoni che con le loro famiglie non hanno più un volto e non hanno più una identità. Li chiamano gli invisibili perché entrano in un regime “protettivo”, lasciando per sempre la terra che li ha visti nascere. Allo Stato spetta poi prendersi cura di loro e provvedere a tutte quelle necessità ed esigenze per poter vivere. Nella prima fase di intervento, le famiglie dei collaboratori vengono alloggiate nei residence per una prima provvisoria sistemazione, successivamente in base ai diversi nuclei familiari, lo Stato attribuisce loro degli appartamenti o villette che rispondono a determinati requisiti di normalità e di sicurezza. Inoltre, ad ogni componente della famiglia, vengono rilasciati dei documenti di copertura con nomi ed indirizzi fittizi per favorire la mimetizzazione e garantire la sicurezza. I programmi di protezione mirano, soprattutto, a tutelare la salute psicologica e la vita dei minori i più esposti allo choc per l’allontanamento dal paese di origine, dalla scuola e dagli amici di sempre, per ricominciare daccapo in realtà nuove e soprattutto lontane. “Eravamo come in un limbo – prosegue L.P. – e non ci rendevamo ancora conto che da quel momento in poi la nostre vite stavano per cambiare per colpa di mio fratello. Tutto non sarebbe stato mai più come prima. Rimanemmo in quel residence per 7 mesi, per poi essere spostati in un’altra regione dove ci venne assegnato un appartamento arredato e confortevole oltre che ad uno stipendio mensile che ci permettesse di vivere dignitosamente. In merito a questo voglio fare alcune precisazioni, seppur lo stato “ci mantiene” come molti affermano, avrei preferito mille volte poter proseguire la mia vita nella mia casa e nella mia terra tra gli affetti degli amici e dei parenti, piuttosto che ritrovarmi qui, in questo luogo che non ci appartiene ma in cui siamo costretti a vivere”. Parole intrise di tristezza e rabbia quelle della sorella del collaboratore di giustizia D.P. che cercano di dare un senso a ciò che probabilmente un senso non lo ha.