Caserta. Per la metanizzazione di alcuni comuni del Casertano, quelli a piu’ alta densita’ camorristica, come Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa, non ci fu un patto tra il clan dei Casalesi e la coop emiliana Cpl Concordia. A stabilirlo e’ stato il Tribunale di Napoli Nord che ha assolto gli ex manager della Cpl Concordia, Roberto Casari, Giuseppe Cinquanta e Giulio Lancia, dall’accusa di concorso esterno in associazione camorristica. Il collegio presieduto da Francesco Chiaromonte ha invece condannato i due imprenditori che hanno eseguito materialmente i lavori, Antonio Piccolo e Claudio Schiavone, rispettivamente a 10 e 6 anni di carcere, il primo per associazione camorristica, il secondo per concorso esterno. In sede di requisitoria, i pm della Dda di Napoli Maurizio Giordano e Catello Maresca avevano chiesto dagli 8 ai 12 anni per tutti gli imputati. Oltre a Giordano e Maresca, dell’inchiesta si occupo’ anche l’ex pm di Napoli Cesare Sirignano, oggi in forza alla Dna. Alla coop modenese si giunse grazie a un’intercettazione ambientale raccolta durante un’altra inchiesta relativa alla metanizzazione sull’isola di Ischia. “Torno dalla mia famiglia e dai miei concittadini soddisfatto che la giustizia abbia emesso questa sentenza che solleva me e la cooperativa e i soci da un’accusa cosi infamante”, ha detto Roberto Casari, 64 anni e per 42 presidente della Cpl Concordia, che oggi era in aula. “La sentenza scrive una pagina di evidente verita’, restituendo agli imputati assolti piena onorabilita’ e riconoscendo loro il merito di aver portato un po’ di benessere in un territorio molto difficile del Paese”, ha invece sottolineato l’avvocato Bruno La Rosa, legale dell’ingegnere Lancia. “Siamo felici per le persone coinvolte, soprattutto perche’ abbiamo rischiato di mettere a repentaglio 1.500 posti di lavoro. Ma chi paghera’ mai i danni economici, reputazionali e di immagine della cooperativa?”, si chiede Mauro Lusetti, presidente Legacoop nazionale. La sentenza riconosce da un lato che le opere di metanizzazione dell’agro-aversano furono realizzate da imprenditori legati alla camorra, ma non conferma l’esistenza di un accordo tra gli ex manager della coop rossa e il clan dei Casalesi, cosi’ come ipotizzato dalla Dda, che aveva iniziato ad indagare sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Iovine, ex boss del clan dei Casalesi. Nel giugno 2014, Iovine poco dopo il pentimento, inizio’ a raccontare di come i Casalesi erano entrati nel lucroso affare dei lavori di metanizzazione che tra il 1999 e il 2003 erano stati realizzati in alcuni comuni del Casertano. Nel febbraio 2015 il Noe esegui’ alcuni scavi in pieno centro a Casal di Principe, in corso Umberto, e scoprirono che le tubature erano realmente a 30 centimetri di profondita’ invece che a 60. Stamani, nell’ultima udienza prima della camera di consiglio e della sentenza, si e’ parlato dell’impianto illegale di citofoni che nel comune di Casapesenna permetteva a Michele Zagaria, di parlare, durante la latitanza, con i suoi stretti congiunti; per l’accusa, infatti, l’impianto arrivava anche presso la sede dell’azienda di Piccolo, la Cogepi, che confina con l’abitazione dove dimorava il fratello del boss, Carmine Zagaria. In aula oggi e’ stato sentito un ispettore della Squadra Mobile di Napoli, che il 26 gennaio 2015 effettuo’ un sopralluogo a Casapesenna a caccia proprio dei cavi dell’impianto di citofoni. “Torno dalla mia famiglia e dai miei concittadini soddisfatto che la giustizia abbia emesso questa sentenza che solleva me e la cooperativa e i soci da un’accusa cosi infamante”, ha detto Roberto Casari, 64 anni e per 42 presidente della Cpl Concordia, che oggi era in aula. “La sentenza scrive una pagina di evidente verita’, restituendo agli imputati assolti piena onorabilita’ e riconoscendo loro il merito di aver portato un po’ di benessere in un territorio molto difficile del Paese”, ha invece sottolineato l’avvocato Bruno La Rosa, legale dell’ingegnere Lancia. “Siamo felici per le persone coinvolte, soprattutto perche’ abbiamo rischiato di mettere a repentaglio 1.500 posti di lavoro. Ma chi paghera’ mai i danni economici, reputazionali e di immagine della cooperativa?”, si chiede Mauro Lusetti, presidente Legacoop nazionale. La sentenza riconosce da un lato che le opere di metanizzazione dell’agro-aversano furono realizzate da imprenditori legati alla camorra, ma non conferma l’esistenza di un accordo tra gli ex manager della coop rossa e il clan dei Casalesi, cosi’ come ipotizzato dalla Dda, che aveva iniziato ad indagare sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Iovine, ex boss del clan dei Casalesi. Nel giugno 2014, Iovine poco dopo il pentimento, inizio’ a raccontare di come i Casalesi erano entrati nel lucroso affare dei lavori di metanizzazione che tra il 1999 e il 2003 erano stati realizzati in alcuni comuni del Casertano.