Raffaele e Francesco Bidognetti

CASAL DI PRINCIPE – Si pente Raffaele Bidognetti. 45 anni, rinchiuso al 41 bis dal 2006, è figlio di Francesco Bidognetti, alias Ciciotto ‘e mezzanotte. Raffaele Bidognetti, “o puffo”,  figlio del super boss Francesco nel 2016 è passato dall’ergastolo, pena fine mai, a venti anni di galera. La sentenza è stata letta in Corte d’assise d’appello, quarta sezione penale del Tribunale di Napoli. Stessa sorte la ricevono Mario Cavaliere,  il ras di Caivano Domenico La Montagna e Andrea Petillo; mentre Alessandro Cirillo viene assolto. Il collaboratore di giustizia Roberto Fermo, il principale accusatore, sconta invece la pena di dodici anni.

L’organizzazione La Montagna era in continua guerra contro il gruppo criminale Castaldo. Il capo d’imputazione principale della misura cautelare per i sei imputati, del procedimento processuale in corso, è il duplice omicidio di Giuseppe Angelino e Sandro Chiocciariello che avvenne il 3 settembre del 2004 nel Parco verde di Caivano. Quest’ultimi, affiliati della famiglia Castaldo controllavano, una fiorente piazza di spaccio. Il fine quindi è sempre lo stesso: il controllo assoluto del mercato degli stupefacenti. I casalesi furono coinvolti dai La Montagna nell’agguato, perché secondo le ricostruzioni dei carabinieri di Castello di Cisterna e della Direzione distrettuale antimafia, Angelino stava trascorrendo qualche giorno a Pescopagano. Ecco che la mala di Caivano chiede lumi ed aiuto a quella di Casal di Principe. Infatti le armi furono date dal temibile clan casertano, il quale, addirittura partecipò direttamente all’assassinio.

Bidognetti ha assistito l’udienza in videoconferenza e, in accordo, con il suo avvocato Emilio Martino, ha scelto espressamente di rinunziare ai motivi di appello, all’esclusione delle aggravanti dell’articolo 7 della legge 203 del 1991 (delitti associativi di stampo mafioso) e all’articolo 61 del codice penale (circostanze aggravanti comuni). Per addurre nella richiesta della riduzione della pena con la concezione delle attenuanti generiche. La Corte ha così poi accolto nel dispositivo di sentenza le richieste dell’imputato.