GRAZZANISE (Raffaele Raimondo) – E’ crollato uno degli ultimi pilastri della nostra antica civiltà contadina. Alla veneranda età di 91 anni si è spento Pasquale Gravante, in tempo di coronavirus ma non per coronavirus. Il decesso è avvenuto nella “casa di riposo Villa Mary” di Castelvolturno, dove da pochi mesi era stato accolto. Nella tarda mattinata di oggi la salma giungerà presso il vecchio cimitero di Grazzanise per la tumulazione, nell’osservanza amara delle disposizioni governative in materia di lotta al Covid-19. Amara, sì, perché il figlio, le figlie, i fratelli, le sorelle, i generi, la nuora, i nipoti e gli altri parenti saranno soli a dargli l’estremo saluto.

Ci sono motivate ragioni a rendere argomento di cronaca il triste evento, non tanto per il lutto che ha stretto anche il locale Centro Polivalente Anziani e Pensionati, di cui “Zi’ Pascàl” era un socio “coccolato”, quanto per tre marcati aspetti che coincidevano nel suo profilo umano, lavorativo e artistico: egli infatti è stato contadino, fabbro e fisarmonicista, col peculiare merito della sua eccezionale forza di volontà, della fibra fisica degli antichi coltivatori della terra, della tenacia di un autodidatta di razza e, ad ammirevole integrazione, con l’indomabile passione per la musica. Era, insomma, un personaggio stimato e amato Pasquale Gravante, affabile punto di riferimento dei giovani dotati di buoni propositi anche religiosi.

Con lui se n’è andato un pezzo di storia popolare grazzanisana; si è spento un testimone caparbio di un’epoca in cui gli educatori migliori sono stati la privazione e il dolore (sfide tremende nella lotta per la sopravvivenza). Da fanciullo visse e sudò in uno dei poderi costruiti nel periodo fascista al quale spesso tornava nei suoi racconti, soprattutto per svelare esperienze ed emozioni fortissime vissute durante la Seconda Guerra Mondiale. Però seppe nel contempo aggregarsi ad amici per la formazione di una “jazz band” che diffondeva allegria ed animava le feste di famiglia nei cortili: con la sua fisarmonica faceva vibrare anche il suo cuore. Fra la fine degli anni Cinquanta ed i primi anni Sessanta, lo si incontrava felice con gli altri ruspanti ed appassionati musicisti ai ricevimenti per matrimoni, battesimi, prime comunioni. Folto il suo nucleo familiare di provenienza, sicché ad un certo punto decise di dedicarsi autonomamente al mestiere di fabbro che cominciò a svolgere con talento e scrupolo. Il figlio Matteo ha seguito le orme del padre, ma già l’omonimo nipote lavora da anni ed efficacemente nel campo dei computer: svolta radicale che tanti giovani delle nuove generazioni hanno intrapreso, interrompendo senza rimpianti la tradizione e cercando di aderire alle scommesse tecnologiche di questi velocissimi tempi.

Giunto al pensionamento, poté dedicarsi più liberamente a due aspirazioni dominanti: la ricostituzione di un complesso musicale con ragazzi in crescita ai quali voleva insegnare a suonar la fisarmonica e la pubblicazione di un libro per lasciar tracce sicure della memoria personale e collettiva. Pur avendo promosso e organizzato numerose iniziative, i suoi sogni non si sono avverati appieno, così come egli li configurava fra i suoi desideri profondi. Subentrati seri problemi di salute, ha progressivamente accettato la realtà spesso avversa e ha saputo sorridervi su, fino alla fine dei suoi giorni. Una società che abbandona gli anziani a se stessi si priva di una riserva di saggezza e di abilità: questo macroscopico errore è stato pagato a caro prezzo da Pasquale Gravante. Intanto, al suo passaggio a miglior vita, noi, forse senza neppure accorgercene, rimaniamo, quantomeno sui terreni del rispetto umano, della moralità e della solidarietà, ancòra più poveri.